Ci sono fatti che anche se raccontati da un prodotto mediatico come “dottori in corsia“, per cui si scomoda il neologismo docu-serie, muovono emozioni. In questo prodotto ci sono da una parte dottori, anni di studio, tecnologie avanzatissime, e dall’altra famiglie e bambini con problemi spesso incompatibili con la vita. In particolare questa serie è ambientata in varie stagioni all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, centro di eccellenza europeo per la cura dei piccoli pazienti.
Vedremo come dalle teorie umorali di Ippocrate, si sia passati attraverso guerre, morte e sofferenze, passando dai bambini blu, fino ai micro trapianti e alle sfide odierne della medicina.
Mentre guardavo questo programma, con un po’ di magone che cresceva, mi sono chiesto: ma come è possibile che l’uomo sia in grado di fare queste cose? Se guardate anche solo una puntata le robe che fanno in quell’ospedale sono veramente esagerate, fuori di testa. Come si è arrivati a fare un intervento a cuore aperto in un neonato (e i neonati, lo so per esperienza sono piccolissimi e molto delicati). Come si può solo pensare di separare due gemelli siamesi di pochi mesi di vita, con svariati organi in comune. E, infine, come è possibile che queste piccole creature sopravvivano e abbiano, in seguito, una vita pressoché normale.
Le storie raccontate sono esclusivamente a lieto fine, ma, anche se lo sai, le emozioni sono molto forti, almeno per me il magone è assicurato.
Ma come siamo arrivati a questo? Quali passi ha compiuto il genere umano per arrivare a trapiantare un cuore ad un bambino piccolo?
La risposta l’ho trovata in un libro che si intitola “Storia della medicina. Dagli antichi greci ai trapianti d’organo” di Sherwin B. Nuland.
Riassumendo, la medicina è un prodotto diretto del metodo scientifico, che, forse, ha fatto più fatica ad uscire fuori dal guscio. Però la medicina (come la chiamano spesso i medici) è un arte. Per periodi molto lunghi è stata una religione, molto spesso è stata dogmatica. Al giorno d’oggi è pure matematica, statistica.
Questo fatto lo posso capire anche nel mio piccolissimo. Applico, infatti, il metodo scientifico quotidianamente, anche per lavoro. E posso applicarlo con molta serenità. Posso fare esperimenti sulle forze, sulle velocità. Posso leggere articoli sulla fisica delle particelle, o addirittura utilizzare degli strumenti che utilizzano la fisica dei plasmi. Ma se dovessi applicare il metodo scientifico all’uomo? Dove si andrebbe a finire? E soprattutto finisce tutto con il metodo scientifico? Una massima importantissima per tutti gli scienziati è questa “nessuna attenta pianificazione potrà mai superare una bella botta di culo”.
In medicina più che in altri campi si sono applicate, e si applicano, delle terapie semplicemente perché funzionano. Molto spesso le spiegazioni arrivano ben dopo, magari secoli dopo.
Comunque una delle basi del metodo non può essere altro che cercare di capire come le cose funzionino. Già dai greci (Ippocrate e poi Galeno), con i limitati strumenti a disposizione, erano state fatte molte ipotesi. La base del pensiero greco era di certo scientifica ante-litteram. Ma come si fa a capire come funziona un essere vivente? Purtroppo l’unico modo è guardarci dentro, come farebbe un bambino con un giocattolo che non funziona come dovrebbe.
Questo significa che dietro al nuovo cuore che batte nel petto del bambino nella docu-serie si nascondono secoli di attività, per molti versi, e molto spesso, decisamente nefande.
La fortuna nella tragedia
Cominciamo dalla prima e più vicina. Per avere un cuore deve morire una altro bambino. A questo fatto nella docu-serie è dato un certo risalto. Infatti è un evento che ha un carattere totalmente agrodolce. La felicità estrema della famiglia che vede il proprio bambino salvarsi in contrasto con la disperazione di una famiglia (che resterà sempre anonima) che nel buio più profondo della perdita ha fatto una scelta difficilissima. Ma già si comincia a pensare e parlare di cuori di altre specie (in questo caso dovrà però morire un animale), oppure cuori totalmente artificiali creati in laboratorio.
Poi andiamo lontanissimi nel tempo, quando non si sapeva neanche come funzionasse un cuore o a che cosa servisse. Nei tempi antichi però non c’erano supermercati o altre modernità. La gente mangiava gli animali che allevava. E i più curiosi (ne sono esistiti in tutti tempi) cominciarono ad osservare il funzionamento degli animali, specie quando si macellavano. Cominciarono a sezionare animali già morti, o che morivano durante le sezioni. E già qui si fece un po’ di esperienza a spese di innocenti animali.
Per nostra fortuna nei tempi antichi la pena di morte non era vista così male come al giorno d’oggi, per cui fu quasi sempre possibile sezionare cadaveri di giustiziati, e così si cominciò a fare esperienza anche sul corpo umano. L’esperienza per molto tempo fu soffocata dal lascito di Galeno i cui scritti venivano presi alla lettera senza ulteriori verifiche. Per un certo periodo fu addirittura vietata la sezione di cadaveri umani, per motivi ovviamente religiosi (anche se questa volta il cattolicesimo non c’entrava), e questo contribuì a sedimentare pensieri fuorvianti sul funzionamento (e quindi sulla possibile riparazione) del corpo umano.
Poi altra grandissima fortuna, ci furono sempre guerre e spade e i fortunati medici ante litteram a seguito degli eserciti poterono fare involontarie vivisezioni su esseri umani.
Fortuna è forse un termine esagerato, ma senza guerre, senza pena di morte e senza macellare gli animali la medicina sarebbe ancora molto molto indietro. Anzi proprio con le guerre la medicina ha fatta sempre passi da gigante, cercando di stare al passo con armi sempre più letali, ha ottenuto immensi progressi anche nella vita civile. La tecnologia del togliere la vita ha aiutato la tecnologia e l’arte di salvarla.
Ecco tre esempi che mi sono rimasti impressi nella lettura di questa storia della medicina:
Il primo
Durante il sedicesimo secolo le guerre si cominciarono a fare a colpi d’arma da fuoco. Gli sfortunati che venivano colpiti e non morivano subito venivano curati. I medici del tempo (che spesso erano dei barbieri evoluti, detti cerusici) erano convinti che la polvere da sparo avvelenasse l’organismo e pertanto dovesse essere pulita con olio bollente. Immaginatevi ferito da un colpo che vi portano in qualche modo in un ospedale da campo e qui dei barbieri, con vesti luride di sangue rappreso e fango, vi gettano sulla ferita olio bollente. Ca va sans dire che spesso questo trattamento oltre al dolore che provocava uccideva il paziente lentamente e fra mille dolori.
Ed ecco la botta di culo. Nel 1537 Ambroise Paré durante l’assedio di Torino da parte delle truppe di Carlo V, alla sua prima campagna militare, si trovò a dover curare molte più ferite di quelle che ci si aspettava. In poco tempo l’olio bollente per cauterizzare finì. Il giovane chirurgo ebbe l’idea, invece di applicare l’olio più caldo possibile, di applicare una blanda lozione emolliente. Sapeva di correre il rischio, se fosse fallita quella strana terapia, di perdere il posto, o peggio ancora. Mentre ecco cosa successe, raccontato con le sue parole …
Alla fine, non avendo più olio, fui dunque costretto ad applicare una lozione di tuorlo d’uovo, essenza di rose e trementina. La notte non riuscii a dormire tranquillo, col timore, per la mancata cauterizzazione, di trovare morti avvelenati coloro con i quali non avevo usato l’olio bollente; pertanto mi alzai molto presto per visitarli, e, con mia grande sorpresa, scoprii che quelli ai quali avevo applicato la lozione medicinale non soffrivano molto, e le loro ferite non presentavano infiammazione o gonfiore, e la notte avevano riposato ragionevolmente bene; gli altri, su cui avevo usato il detto olio bollente, li trovai febbricitanti, in preda a forte dolore e con gonfiore intorno alle ferite. E allora decisi tra me che mai più avrei crudelmente bruciato dei poveretti feriti con armi da fuoco … Capite adesso come ho imparato a curare ferite da armi da fuoco, non sui libri.
Il secondo
Per migliaia di anni si era pensato che il sangue fosse contenuto all’interno del corpo e non si muovesse a causa del cuore, ma fosse mosso da una sostanza chiama Pneuma che era collegata alla vita stessa. Molto spesso in medicina, ma anche in altre scienze, si è stati portati a inventare una storiella, che possa spiegare certi perché, magari creando alcune sovrastrutture (come gli umori, il pneuma ecc, quasi degli deux ex.machina) che servono sono per spiegare quello che non si capisce. Se ben imbastite le storielle con il tempo diventano dogma.
Dobbiamo arrivare al 1628 quando William Harvey finalmente pubblicò Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis in animalibus [Studio anatomico sul movimento del cuore e del sangue negli animali]. Il cuore si contraeva e, come una pompa, spostava il sangue alle arterie principali.
Per capire questo vennero uccisi molti animali, i loro cuori fermati lentamente per capire come funzionassero. Ecco le sue parole
… Quando tentai per la prima volta l’esperimento su un animale allo scopo di scoprire i movimenti e le funzioni del corpo attraverso la sperimentazione diretta e non attraverso i libri di altri, la trovai così francamente difficile che quasi credetti, con Fracastorius [Girolamo Fracastoro, studioso e poligrafo veneziano del sedicesimo secolo], che il movimento del cuore doveva essere compreso da Dio soltanto … [Approfittai dell’opportunità offerta ] dall’osservazione attenta del cuore [di gatti e maiali], che rallenta in prossimità della morte. Le pulsazioni, allora, divengono più lente e deboli e le pause più lunghe, e quindi è facile vedere effettivamente il movimento e come avviene …
Ultimo, i bambini blu
Molti bambini fino praticamente al secondo dopoguerra sono morti in quanto nati con malformazioni cardiache che impedivano la circolazione cardiopolmonare non consentendo al sangue di ossigenarsi nei polmoni. Questi venivano chiamati bambini blu, per la loro cianosi dovuta alla scarsa ossigenazione. Questi bambini erano condannati, spesso avevano una aspettativa di vita di pochi anni. Il problema fu compreso nel 1888 da Étienne-Louis Fallot che correlò 4 problemi congeniti al cuore al colore blu. Di fatto il 75% delle autopsie rilevava sui bambini blu questi quattro problemi che di li in poi vennero chiamati “tetralogia di Fallot”.
Quindi per una volta si sapeva quale era il problema, ma per ancora molti anni non si aveva idea di come intervenire. Ed ecco che qui vengono i aiuto i nostri amici cani e dei medici del Johns Hopkins Hospital.
Blalock-Taussig-Thomas e Anna
Negli anni 40 del secolo scorso tre medici di estrazione diverse riuscirono per la prima volta a risolvere per via chirurgica e a fare sopravvivere un bambino blu.
Helen Taussig

era una pediatra e cardiologa al Johns Hopkins Hospital, molto empatica sia con i bambini che con le famiglie. Riuscì ad avere l’intuizione, dopo avere eseguito molte fluoroscopie su molti bambini malati, che i bambini che avevano oltre alla tetralogia anche anche un altra malformazione, detta dotto persistente (in pratica una specie di bypass all’interno del cuore) se la cavano abbastanza bene. Questi bambini, infatti, stavano bene fino a che questo bypass non si chiudeva magari spontaneamente con l’avanzare dell’età. Quindi suo il merito di capire che la soluzione del problema fosse meramente idraulica. Per fortuna trovo anche due idraulici molto bravi.
Alfred Blalock

era il direttore del reparto di chirurgia del Johns Hopkins Hospital di fatto uno dei due ottimi idraulici. Si occupò della parte clinica ed amministrativa, nonché dell’esecuzione dello shunt sui bambini. La prima operazione la fece quasi al buio, in quanto tutta la sperimentazione sui cani era stata eseguita dal Thomas. Non era ovviamente mai stato operato nessun bambino.
Vivien Thomas

era il secondo idraulico. Era anche afro-americano. Di fatto il primo afro-americano ad indossare il camice bianco al Johns Hopkins Hospital nel 1941 e percorrere così vestito quei corridoi. Sua fu la sperimentazione (anche sui cani, come si vede dalla foto), lo sviluppo e l’implementazione di tutto quello che sarebbe servito per l’esecuzione delle prime pioneristiche operazioni.
Si parla di moltissimi anni fa, esistevano pochi strumenti commerciali per operare gli adulti, figuriamoci i bambini.
I cani
Molti cani, circa 200, sani, presi dal canile comunale, furono sacrificati in nome della scienza. Alcuni sopravvissero. Ma grazie a loro ci fu un enorme passo avanti nella tecnica chirurgica a cuore aperto. Questo ebbe ricadute anche sulla stessa tecnica veterinaria. Fu possibile, per alcuni cani più fortunati, essere curati ed operati direttamente nelle strutture della JH. Indubbiamente la sensibilità della popolazione media fu comunque scossa da questi esperimenti su animali e ci furono molte prese di posizione da parti di vari esponenti e coralmente dall’opinione pubblica. La stessa Taussig si espose pubblicamente a favore dell’utilizzo degli animali, e anche la storia del cane Anna uno dei sopravvissuti fu utilizzata a favore di questo utilizzo.
I bambini con i cani
Nel 1949, i gruppi antivivisezionisti di Baltimora intensificarono i loro attacchi contro il personale dei laboratori della Johns Hopkins e dell’Università del Maryland. Non solo ostacolarono l’utilizzo dei cani randagi catturati in città da parte delle scuole, ma riuscirono anche a far arrestare i venditori che introducevano animali acquistati fuori dallo Stato. Di fronte a questa situazione, le autorità della Scuola Medica portarono la questione all’attenzione del Consiglio comunale di Baltimora, che avviò una serie di audizioni pubbliche.
Sebbene numerosi esperti intervenissero a sostegno della sperimentazione animale, il momento più incisivo fu l’intervento spettacolare della dottoressa Helen Taussig. Si presentò all’udienza accompagnata da un gruppo di bambini sorridenti — ex “bambini blu” guariti grazie agli studi condotti dalla triade Taussig-Blalock-Thomas, con le guance visibilmente sane. Molti di loro avevano con sé i propri cagnolini. Il giorno seguente, i giornali locali diedero ampio risalto all’evento, pubblicando articoli e fotografie su tutte le pagine. Alcuni questi articoli si vedono nel video. Quando, poco tempo dopo, un referendum cittadino propose di vietare la vivisezione, la proposta venne respinta con decisione dalla popolazione.
Progresso, rispetto, etica
Non è facile prendere una posizione. La medicina ha fatto progressi incredibili, nessun progresso è gratis. La distanza fra chi paga il progresso e chi ne gode non è colmabile. Perché qualcuno stia bene domani, qualcuno deve soffrire oggi.
Dal punto di vista della anti-vivisezione al giorno d’oggi è vero che i modelli animali sono lontanissimi da quelli umani, quasi inutilizzabili. Dal punto di vista della Taussig ormai più di ottant’anni fa, provare a fare esperimenti su dei cuoricini di cagnolini era sicuramente molto rappresentativo della tecnica chirurgica che poi si sarebbe utilizzata sui bambini.
Ma uccidere un cane durante questi esperimenti è giusto? Non lo so, e probabilmente non ne sarei capace. Vivo da sempre con i cani. Potrei pensare di farlo con un topo. I topi molto spesso vengono uccisi in ogni caso dagli umani, e anche io ne ho uccisi parecchi. Quindi esiste una scala dell’etica? Non c’è niente di assoluto? Non so ancora dare una risposta.